Rassegna stampa

Occasione unica

Chi ha visto ieri sera il dibattito a due su Sky fra Sala e Parisi non creda abbia più dubbi su chi sia la persona migliore come futuro sindaco di Milano. C’è una grande voglia di cambiamento, di girare pagina e Stefano Parisi la incarna fino in fondo.

Penso anche che a Roma, nonostante la non grande simpatia della Raggi, prevarrà la voglia di un’alternativa, dopo tanti anni disastrosi.

Forse ci siamo.  Non bisogna perdere l’occasione di dare un segnale chiaro. Al Governo, a Renzi ma soprattutto a tutta la classe dei politici di professione.

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Parisi a un soffio

Dopo una notte e quasi un giorno di commenti, c’è il vantaggio di ragionare sui dati certi. Le schede contate. Il Presidente del Consiglio insiste nel sostenere che non si può generalizzare: ogni città e ogni sindaco fanno storia a sé.

E tuttavia il risultato di Roma è clamoroso soprattutto sul fronte del centro destra che dividendosi regala la sfida con l’alternativa 5 Stelle ad un Pd  colpevole di Marino e “miracolato”. E’ notevole a Napoli e Bologna dove il Pd appare in crisi e i moderati arrivano al ballottaggio. Eppure a me pare che il dato davvero più nuovo sia quello di Milano.

Stefano Parisi è ad un soffio da Beppe Sala. Li divide uno 0,9 in percentuale, 41 a 40, che corrisponde in termini assoluti a meno di 5 mila voti. Sala è stato il grande organizzatore di Expo ed ha goduto di buona stampa per un anno. Parisi era invece un outsider, per la prima volta in politica. Se poi si considera che il grande argomento contro Parisi era quello di essere troppo condizionato da Salvini, la scarsità dei voti della Lega a Milano (doppiata da Forza Italia) balza agli occhi.

In realtà la gente sa scegliere e sa votare. La verifica l’avremo il 19 giugno, giorno del ballottaggio finale.

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Votare è volere

Strano clima questo che precede le amministrative. A Milano, ma anche a Roma e Napoli, sembra che domenica quasi non si voti. Nessun manifesto per le strade, pochissimi santini, niente volantini, zero comizi. Gli stessi dibattiti tv scarseggiano e quando ci sono, appaiono imbalsamati dalla par condicio, una legge che mai come oggi si mostra burocratica e fiscale. Per cui a Torino dovrebbero parlare 17 candidati, 9 a Milano e così via, in un’apoteosi di aspiranti sindaci senza la minima speranza di essere eletti…

Chi dovrebbe andare a votare non lo sa o non è interessato. Tanto che i sondaggisti si chiedono se si arriverà al quorum del 50 per cento più uno, requisito minimo di una competizione democratica, se non dal punto di vista legale, almeno morale.

Dobbiamo allora tutti ricordarci che votare è un grande diritto, che permette di scegliere. Di determinare chi governerà la nostra città, che sia metropoli o piccolo Comune. Non andare vuol dire rinunciare, lasciare a chi ci va di decidere per noi.

Votare è anche un dovere. L’uomo è un animale sociale, dicevano già gli antichi, e non si può prescindere dalla libera vita associativa dei cittadini. Qualsiasi sia la vostra istanza, è solo dal basso che avvengono i veri cambiamenti.

Domenica si vota dalle 7 alle 23. Lunedì niente.

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Obama a Hiroshima

Sarà perché i due candidati che si profilano non ci provocano grande entusiasmo, ma Barack Obama sembra convincere ogni giorno di più, proprio alla vigilia della fine del suo lungo mandato. Oggi ha compiuto un gesto storico: è diventato il primo Presidente degli Stati Uniti a recarsi ad Hiroshima, la città colpita dalla bomba atomica.

E’ un gesto simbolico coerente con quanto fatto in otto anni di presidenza. Basti pensare alle gravissime crisi che sotto la sua guida si sono risolte senza intervento armato: l’Ucraina nel 2014 e la Siria nel 2013, l’accordo di pace con l’Iran sul nucleare, il vero disgelo con Cuba. E al suo premio Nobel per la pace.

Il messaggio di Obama è chiaro: ora si devono eliminare tutte le armi nucleari nel mondo.

Yes, we can.

 

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L’Ex voto del pittore

Oggi è il giorno di Santa Rita da Cascia. E allora mi piace ricordare questo episodio. Il grande pittore francese Yves Klein (quello che aveva brevettato il suo famoso “blu”) era un devoto della santa. Le suore di Cascia, anni dopo la sua prematura scomparsa, hanno ritrovato nel santuario un suo piccolo ex voto in plexiglas, con tracce della sua pittura, fra cui il famoso Blu Klein, e una preghiera sorprendente.

Questa: “Santa Rita da Cascia, io ti chiedo di intercedere presso Dio Padre Onnipotente perché mi accordi sempre, in nome del Figlio Gesù Cristo e in nome dello spirito Santo e della Santa Vergine Maria, la grazia di animare le mie opere perché esse divengano sempre più belle e inoltre la grazia che io scopra continuamente e regolarmente sempre cose nuove nell’arte ogni volta più belle, anche se purtroppo non sempre sono degno di essere un utensile per costruire e creare della Grande Bellezza. Che tutto ciò che viene da me sia bello. E così sia”.

“Un utensile della Grande Bellezza”. Anche chi non è un grande artista, sa che si può, anzi forse si deve, chiedere questo.

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Corsa ad ostacoli

Le due notizie di stamattina, che a Roma non si può presentare la lista di Stefano Fassina (estrema sinistra) e a Milano è stata rifiutata Fratelli d’Italia (che appoggia Parisi) sono abbastanza inquietanti. Anche perché fatalmente vanno entrambe nella stessa direzione:  finiscono per favorire il Pd, cioè il partito di governo. A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca…

Guarda caso a Roma il candidato renziano Roberto Giachetti è debolissimo e, senza un’alternativa a sinistra messa fuori gioco, è avvantaggiato in una gara che tutti i sondaggi lasciano quanto mai aperta. A Milano, anche qui i sondaggi sono chiari da diverse settimane, è in piena rimonta l’outsider di centro destra Stefano Parisi. La bocciatura della lista di destra rischia di porta vcia qualche punto in percentuale prezioso nella gara al fotofinish con Beppe Sala.

Queste due decisioni non sono definitive, anche perché Fassina e il FdI hanno presentato ricorso. Speriamo che possano davvero concorre tutti in questa corsa ostacoli.

Senza aiutini.

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Professionisti dell’antimafia

Un intellettuale, quando è davvero tale, è sempre profetico. Capita allora che alcune idee, focalizzate magari anni prima, trovino incarnazione diretta nella cronaca, se non nella storia. Un grande pensatore italiano dello scorso secolo è stato sicuramente Leonardo Sciascia. Grazie a lui generazioni di italiani hanno capito che cosa fosse davvero la mafia.

Ebbene, questa volta la cronaca ci dimostra quanto fosse precisa anche la definizione di “professionista dell’antimafia”. Stiamo parlando del tristissimo caso del collega giornalista Pino Maniaci, frequentatore di convegni e festival del giornalismo, additato all’esempio delle nuove generazioni… Dalle indagini non solo emerge che Maniaci aveva trasformato l’avvertimento violento di un marito di una sua amante in un presunto attentato mafioso, ma che esigeva il “pizzo” da sindaci e amministratori, minacciandoli di comprometterli nella sua tv.

Sciascia aveva visto giusto. Anche l’ “Antimafia” può essere mafiosa nei modi e quindi nella sostanza. Certo, la delusione, la disillusione sono, in questo caso, cocenti.

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Made in Italy

La grande soddisfazione degli italiani per la vittoria del Leicester ha una spiegazione molto semplice: coniuga l’imprevisto imprevedibile con la favola del Davide che sconfigge Golia. In più tutto questo viene realizzato da un azzurro, anzi da un romano. Un Claudio, come l’antico Imperatore, che domina in Bretagna almeno fino al Vallo Adriano…

Che cosa c’è di italiano, e di romano, nella vittoria di questo Leicester, squadra di provincia? Il buon senso, l’umiltà, la fortuna (che aiuta gli audaci) , soprattutto il realismo ironico che fa tenere i piedi per terra. (Sconcerti dice che il massimo merito di Ranieri è stato quello di dire ai suoi giocatori di non correre troppo). E anche un pizzico di simpatia.

Quando Ranieri ha spiegato in conferenza stampa che, nel tempo libero dell’ultimo dopo partita, sarebbe andato dalla mamma a Roma a mangiare il cacio e pepe, si è materializzato lo spirito azzurro, la sua positività, la sua voglia di vivere.

Un Leicester timbrato made in Italy, che ci fa amare il calcio e il nostro Paese.

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Tutti pazzi per Marchini

Ho conosciuto Alfio Marchini tanti anni fa in una circostanza particolare: grazie alla mediazione di amici comuni, si avvicinò ad un giornale, il settimanale Il Sabato, che allora dirigevo. Era la prima volta che il giovane Alfio, rampollo di una famiglia di costruttori “rossi”, (da cui il nomignolo di Calce e martello) si avvicinava all’editoria. Il giornale che dirigevo era in crisi e per un po’ di mesi ci fu la prospettiva, molto concreta, di un suo salvataggio. Purtroppo, alla fine, non funzionò: il giornale chiuse e l’impresa editoriale fallì.

In quell’occasione ho avuto l’opportunità di apprezzare molte sue doti. Marchini è un uomo equilibrato, serio, che approfondisce i problemi e cerca di comprendere le cose prima di decidere, con una forte passione civile, che allora si trasferiva nell’interesse per il mondo dell’editoria e dei giornali. In questa veste ancora lo ricordo anche come membro del Consiglio d’Amministrazione della Rai.  Poi c’è stata l’esperienza politica in Consiglio comunale e l’opposizione (leale e dura) condotta nei confronti del marziano Marino…

Per Roma Marchini è una scelta giusta. Giusta perché equilibrata, lontana dai due grandi partiti-mafie che hanno gestito la città negli ultimi disastrosi anni: la destra e la sinistra dei Buzzi e dei Carminati. “Arfio”, com’è chiamato nel suo “fake” su FB, può farcela.

O lui o la Raggi di Cinquestelle, altro non si vede.

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Weidmann ci ha fatto la predica

Ma ve lo immaginate che cosa sarebbe successo se le parti si fossero invertite? Se cioè ieri invece che Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, a Roma, avesse parlato il nostro capo di Bankitalia Ignazio Visco da Berlino, dalla sede della nostra Ambasciata sostenendo: la Germania sta mettendo a rischio l’Europa e l’Euro, perché la depreda e l’ha depredata scientificamente.

Ecco, il nostro dramma di oggi è tutto qui: il capo della Banca nazionale tedesca viene nel nostro Paese e si lancia in una filippica contro i nostri conti pubblici e il rischio rappresentato dal deficit italiano per la stabilità dell’Europa economica. E la cosa sembra quasi naturale.

Se solo immaginiamo una reciproca e simmetrica presa di posizione, ci rendiamo conto di quanto siamo resi succubi, politicamente ma anche praticamente, dai tedeschi.

E dunque, ci sarà anche un accordo di Renzi con la Merkel, ma Weidmann ha trattato il Ministro Padoan, Banca d’Italia e il nostro esecutivo come dei pericolosi spendaccioni.

Rendiamoci conto di come ci trattano.

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