La Grecia aggredisce evasione e sprechi. Un esempio

Si è tanto ironizzato sul nuovo governo Tsipras e sul suo ministro Varoufakis. In realtà il piano che è stato presentato stamattina alle autorità europee è molto interessante. Emerge infatti che la loro idea è quella di aggredire l’evasione fiscale dei tanti armatori (alla Onassis), gli sprechi pubblici anche legati alla corruzione e i grandi patrimoni immobiliari e non, posseduti soprattutto da stranieri.

E’ un esempio che ci deve far riflettere. Quello che finora è mancato al nostro Governo è proprio questo: gli esperti calcolano almeno in 60 miliardi all’anno la corruzione alimentata dalla spesa pubblica nel nostro Paese (che ammonta a 820 miliardi all’anno). Se la stanassimo e la colpissimo e tagliassimo le tasse per la stessa cifra, l’Italia ripartirebbe.

Certo, quei 60 miliardi di euro all’anno finiscono nelle tasche di alcuni pochi, che però sono molto influenti alle elezioni.

Ma se la politica non si libera di questi parassiti, non ne usciremo mai.

Siamo tutti sulla stessa Barcaccia

Roma offesa, invasa, danneggiata in uno dei suoi monumenti più belli: la fontana concepita da Pietro e Gianlorenzo Bernini. Il giovane artista del Seicento ebbe l’idea di imitare una nave allagata e ormeggiata nel Tevere al vicino porto di Ripetta  che i romani di allora conoscevano bene. E realizzò questo capolavoro in travertino, il marmo di Roma.

Le fontane del Bernini invitano, in realtà, in qualche modo all’invasione, cioé ad un possesso quasi teatrale, ad una camminata al loro interno (Anita Eklberg nella Dolce Vita compie nella berniniana Fonta di Trevi un gesto squisitamente barocco)… Ma questo è violenza, stupro, violazione da ubriachi!

La circostanza, tragica, è anche involontariamente comica, nei giorni in cui l’Isis minaccia, dalla vicina Libia, l’invasione della Città Eterna.

Chi difende Roma? Perché è così inerme, alla mercé di chiunque arrivi?

Adesso ci sentiamo tutti sulla stessa Barcaccia: vittime di un Paese non più governato, burocratico, senza regole, corrotto e infetto.

Libia, Ucraina e Grecia

Tre crisi, tre crisi che si intrecciano e che ci minacciano da vicino.

1) La Libia, “liberata” da Gheddafi nel 2011 dall’azione militare di Sarkozy, voluta dagli americani e a cui un Governo italiano in crisi dovette piegarsi, oggi è nelle mani di circa un milione di persone armate e divise in migliaia di fazioni e tribù che si combattono tra di loro. A Derna e Sirte sventola la bandiera nera dell’Isis. “Siamo a Sud di Roma”, minacciano. Che fare? Una “guerra” italiana non è nelle cose. Ci vuole consenso internazionale e ci sta che l’Isis non sia più sostenuta dai suoi alleati nascosti (e palesi): dalla Turchia al Qatar. Ci vuole la volontà di combattere e sconfiggere l’Isis. Questo manca.  

2) La tregua in Ucraina per ora regge. L’Europa, e l’Italia in essa, deve solo sperare che si ricostruisca  una convivenza pacifica in quella regione del mondo.

3) La Grecia chiede un nuovo accordo con la Ue. Anche qui dobbiamo tifare per il compromesso. Non è possibile che la rigidità tedesca blocchi l’intera Unione Europea.

Con la pace e il dialogo tutto può accadere, con la guerra indiscriminata tutto è perduto.

 

Una giornata particolare

Oggi è un giorno particolare per l’ Europa. Per una serie di coincidenze, si decide il suo destino di pace e di prosperità economica, probabilmente per i prossimi anni.

A Minsk i leader dell’Ucraina, della Russia, della Francia e della Germania hanno l’ultima possibilità per evitare uno scontro armato nel cuore del nostro continente.  A Bruxelles i Paesi europei devono decidere l’atteggiamento da tenere nei confronti della Grecia, che chiede di rinviare nel tempo alcuni obblighi finanziari impostigli negli ultimi mesi dalla Troika.  

La speranza è flebile, perché per l’Ucraina sembra più forte la logica della forza e delle armi. Così come è clamorosa la chiusura tedesca nei confronti del Governo greco di Alexis Tsipras.

Eppure dobbiamo sperare. Contro ogni speranza.

Le armi e l’austerità non sono una soluzione.

La garanzia di una storia politica

Sergio Mattarella giura di fronte al Parlamento come dodicesimo Presidente della Repubblica italiana. E’ un Capo dello Stato scelto da più grandi elettori di quanti ne aveva sulla carta. Già questo dice molto della scelta. La convergenza su di lui è andata oltre gli ordini di partito. Per chi poi, come me, lo conosce per aver fatto questa professione da qualche anno e seguendo in special modo la Democrazia Cristiana, la garanzia è data dalla sua storia politica e dalla sua vicenda personale.

Come ha detto giustamente ieri Ciriaco De Mita a La Stampa, Mattarella non è come Scalfaro, “un ipocrita, un clericale del Nord”, è soprattutto un moroteo. Che significa? Uno che dell’esperienza della vecchia Dc ha sempre sottolineato la lezione sulla laicità della politica. Sembra un paradosso, ma non lo è. Un cattolico per garantire una visione della politica laica, non messianica, non ideologica, mite. Giustamente ha scritto Andrea Riccardi che con l’elezione di Mattrella finisce la disputa fra cattolici della presenza contro cattolici della mediazione. Lo penso anch’io.

Non vorrei illudermi ma il nuovo Presidente, come ha accennato in un’intervista padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, è in sintonia con lo spirito dei tempi. Con quella voglia di serietà, povertà, semplicità, che tanto ammiriamo in Papa Francesco.

Dei suoi primi gesti ho ammirato la visita alle Fosse Ardeatine , la Panda grigia, la sensazione di una famiglia grande e molto italiana che lo affianca discretamente. L’invito personale a Silvio Berlusconi alla cerimonia del suo insediamento è un primo importante segnale di pacificazione.