20 ott

Aiutare le neo mamme, per crescere

Ieri Matteo Renzi ha annunciato che nella nuova Legge di Stabilità allargherà la platea degli 80 euro alle neo mamme. Per i primi tre anni. Lo ha fatto dal salotto di Domenica Live, la trasmissione domenicale di Canale 5. Vedremo ora se nel testo, che sarà presentato alla Camera, ci sarà questa nuova norma.

Certo, aiutare le neo mamme in un Paese che non sa più crescere è un’idea giustisissima. L’anno scorso in Italia  ci sono state solo 500 mila nuove nascite. Poche, troppo poche. Il nostro tasso di natalità è fra i più bassi del mondo.

Non abbiamo più fiducia nel futuro, non generiamo né figli, né nuove imprese, né quindi nuovi posti di lavoro. Le cose sono molto più collegate di quanto si pensi.

Incentivare la natalità è un grande obiettivo.

I commenti di Alessandro Banfi

16 ott

Finanziaria: parole e numeri

A parole è una mezza rivoluzione la Legge di Stabilità che ieri sera Matteo Renzi ha presentato agli italiani. Finalmente un segno concreto di riduzione delle tasse, soprattutto per le imprese e per il lavoro. Costerà di meno assumere un ragazzo a tempo indeterminato, costerà di meno dare un determinato salario rispetto ad oggi. “Abbasare le tasse non è di destra”, ha detto il Presidente del Consiglio.

Le parole hanno un peso. Soprattutto in politica. E quindi non possiamo far finta di non averle sentite. Ma poi ci sono i numeri. E le cifre fornite ieri sera da Renzi non trasmettono la stessa immediata fiducia delle parole. Perché? Perché almeno alcuni numeri danno l’impressione di non essere realistici.  Prendete la lotta all’evasione fiscale. Nello schemino del Governo frutterà 3,8 miliardi di maggiori entrate. C’è da crederci?

Altro esempio: nella spending review dovrebbero arrivare altri 4 miliardi dai diversi Ministeri. Tagli nelle loro spese. Quali? Come? Perché? 

E tuttavia se vediamo il quadro generale, il nuovo crollo delle Borse europee, i nuovi timori per l’Euro, non ci resta che sperare.

I commenti di Alessandro Banfi

15 ott

Off-shore a Londra

Oggi il Consiglio dei Ministri deve varare la Legge di Stabilità. Come al solito si arriva all’ultimo giorno utile (15 ottobre) e non simao gli unici in Europa a farlo. Quando sarà chiaro che cosa contiene ne discuteremo.

Intanto però val la pena di riflettere su un punto debole dell’Unione Europea. Che è questo: perché Londra può ospitare capitali stranieri (pensate ai russi, pensate agli arabi) garantendo anonimato e basse imposte proprio nel cuore dell’Europa?

Perché le regole, soprattutto quelle fiscali, non devono essere uguali per tutti? A comnnciare dai finanzieri londinesi?

I commenti di Alessandro Banfi

6 ott

La fiducia è una cosa seria

Diceva un vecchio slogan. Ecco a me pare che di tanti annunci e fuochi d’artificio mediatici di Matteo Renzi, questo sull’articolo 18 sia una cosa seria. Su cui vale la pena fare un ragionamento. Il mercato del lavoro oggi è bloccato in ingresso. Le aziende infatti attirano nuove forze giovani, ma non gli offrono contratti a tempo indeterminato, ma solo precari. Questo è il problema.  

Perché le aziende si comportano così? Che cosa non gli va del contratto tradizionale? Le eccessive garanzie dei lavoratori, che una volta assunti a tempo indeterminato rischiano di diventare intoccabili. Non c’è l’idea che un lavoratore debba comunque rispettare regole e comportamenti, perchè il deterrente della “punizione” non c’è. Un facchino apre e svuota i bagagli a Malpensa? Il giudice lo reintegra. A Napoli la maggioranza dei dipendenti pubblici si ammala di lunedì, per “allungare” il fine settimana? Niente da fare.

Se è così, il voto di fiducia che il Governo chiede alle Camere sulla riforma del lavoro è sacrosanto. Su un tema così ci si può dividere, anche in un partito di sinistra come il Pd, ma poi la decisione va presa. Senza tentennamenti, senza esitazioni.

I commenti di Alessandro Banfi

3 ott

Opera chiusa

Per chi ama la Lirica non è poi una sorpresa così grossa. Da anni il Teatro dell’Opera di Roma, pur avendo avuto l’onore della direzione del grandisimo Maestro Riccardo Muti, è nei guai seri. Certo il licenziamento degli orchestrali ha qualcosa di clamoroso.

Pare che alla fine il Consiglio d’Amministrazione si sia risolto a questa drastica decisione perché non si riusciva a sbloccare una trattativa sulla diaria di trasferta relativa a pranzo e cena. I maestri dell’orchestra chiedevano 180 euro, il Cda aveva proposto 150 e loro non avevano accettato.

Probabile che un giudice li reintegri (come è successo coi dipendenti che aprivano i bagagli dei paseggeri a Malpensa) ma resta il fatto simbolico. Molto forte. Visto oggettivamente quello dell’Opera di Roma è un mistero incomprensibile. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno ci sono tantissimi turisti che amerebbero vedere l’Opera lirica (quasi tutta in italiano) nella nostra Capitale.

Eppure ci sono pochissimi spettacoli in cartellone. Quattro repliche dell’Aida, cinque delle Nozze di Figaro. Perché? D’estate a Caracalla la stagione è col contagocce. Come se avesimo una miniera d’oro e la tenessimo chiusa…

Quando ero giovane, mi innamorai della semiotica, grazie ad un bel libro di Umberto Eco, che si intitolava: Opera aperta. Oggi il titolo, tristissimo, sarebbe: Opera chiusa. E invece che di semiotica, dovrebbe trattare del degrado infinito di questo Paese.

I commenti di Alessandro Banfi

30 set

La vittoria di Matteo

Avevo intervistato Massimo D’Alema in pubblico alla Festa dell’Unità qui a Milano, al Carroponte di San Giovanni, poche settimane fa. L’avevo visto preoccupato per il nuovo governo europeo, sconfortato per lo scarso risultato ottenuto dai socialdemocratici e ammirato della Merkel. Davanti alla platea di partito, però, si era molto contenuto. Nonostante che fra la gente si fosse alzato il grido: siamo tutti rottamati!

Ieri alla Direzione del Pd, Massimo D’Alema è stato durissimo. Invece. Sprezzante, ha fatto emeregere il suo rancore e il suo dissenso profondo. Tutto lo divide da Matteo Renzi. E si è capito.

La vittoria però (verrebbe da dire) di critica e di pubblico è andata al Presidente del Consiglio. “Li ho spianati”, ha confessato al Corriere della Sera.

Tutto sta a vedere ora che succederà in Senato. Lì i Cater Pillar non li fanno entrare…

 

I commenti di Alessandro Banfi

28 set

Dan, l’esempio

E’ morto Dan Segre, un grande uomo e un grande giornalista. Per i giovani che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo, consiglio di andarsi a rileggere le sue cose. Stupende. E’ stato uno dei fondatori de Il Giornale, insieme a Indro Montanelli e a Mario Cervi.  Io ho avuto l’onore da ragazzo di studiare i suoi articoli, che da un certo punto in poi erano firmati RA Segre, in onore della moglie scomparsa.

Giovane cronista, andai a trovarlo a Gerusalemme a casa sua, Ben Yehuda 1. Eravamo agli inizi degli ani Ottanta, il Libano era in fiamme, Arafat scappava da Tunisi… Che fortuna fu incontrare quegli occhi azzurri e vivaci! Una grande lezione di attaccamento alla realtà.

Dan era un ebreo, profondamente religioso, era stato un patriota israeliano. Un sionista, direbbero i propagandisti dell’altra parte. E tuttavia ti spiazzava sempre, perché osservava le cose con onestà, con passione, con studio.

Ironico, disincantato, non conformista. Più avanti nella vita, ho poi capito la profondità cui attingeva. Leggendo Bellow, Singer, Potok e rileggendo Levi… L’epopea di una umanità che trovava in quella professione, attraverso questo signore della penna, un’espressione compiuta e tuttavia quotidiana, effimera.

Trent’anni fa, uscito dalla sua casa a Ben Yehuda,  evitando i tram, così simili a quelli di Varsavia o di Budapest, sognavo di diventare un po’ come quell’uomo. Quell’ebreo che sapeva vedere la realtà, raccontarla e in essa conservare il segno del Mistero.

Grazie Dan.

I commenti di Alessandro Banfi

25 set

Obbligo di lavoro

Innanzitutto devo chiedervi scusa. Abbiamo avuto, in questo periodo, qualche seria difficoltà tecnica con i Blog del nostro sito. Alla tecnica si è aggiunto un periodo per me pienissimo di impegni. Il combinato disposto è stato devastante.

Sono successe cose notevoli e anche terribili in questi giorni (la guerra all’Isis, le decapitazioni di ostaggi occidentali, l’arresto dell’ex Vescovo in Vaticano, l’attacco del Corriere della Sera a Renzi), ne parleremo via via. Intanto riprenderei la discussione, anche tenendo presenti i vostri commenti finalmente pubblicati, dal tema del lavoro e del cosiddetto Articolo 18.    

In sintesi penso questo:

1. Il mercato del lavoro è fermo in Italia perché le imprese non fanno utili. E quando non falliscono o chiudono, bloccano le nuove assunzioni. Dunque possiamo benissimo rivedere tutte le norme, ma se le aziende non vendono i prodotti che fanno, c’è poco da fare.

2. Le imprese in Italia hanno una bassa efficienza e quindi una bassa competitività perché i lavoratori a tempo indeterminato, in una percentuale cospicua, tirano i remi in barca. Nel settore pubblico ma anche in quello privato.  Andate in qualsiasi ufficio dell’anagrafe o anche in un supermarket e fate un piccolo esperimento mentale: perché si formano code mostruose? Che stanno facendo gli addetti? Con che rapidità servono? Visto così’, l’articolo 18 assume tutto un altro aspetto…

O no?

I commenti di Alessandro Banfi

17 set

Giustizia e lavoro

Non fosse per l’inevitabile divisione degli italiani, il discorso di ieri di Matteo Renzi alla Camera e al Senato dovrebbe essere preso con più attenzione.

I due nodi veri sono sicuramente la giustizia e la normativa sul lavoro. Non c’è bisogno di scomodare l’Europa o chissà quali professoroni. Basta parlare con un qualsiasi businessman straniero e vi dirà che la difficoltà di fare affari in Italia è fra queste due criticità: l’incertezza del diritto e la non flessibilità del lavoro.

Non so se davvero alla fine Matteo Renzi varerà un decreto governativo sull’art.18 oppure no, ma certo è una questione di fondo che va affrontata. Il tempo è scaduto. L’alternativa a leggi di riforma serie in questi due campi è solo una: la troika internazionale che viene a Roma e commissaria l’Italia.

Com’è già succeso a Portogallo, Spagna e Irlanda.

I commenti di Alessandro Banfi

8 set

Califfato e tolleranza religiosa

C’è un aspetto particolare della vicenda dell’Isis o Is che dir si voglia, che fa molto riflettere. Quest’ultimo “impazzimento” di derivazione islamica ha caratteristiche molto diverse dal “terrorismo islamico”, così come siamo abituati a conoscerlo.

I fanatici dello Stato Islamico (Isis sta per Stato Islamico di Siria e Irak) infatti hanno un obbiettivo diverso da quello di seminare terrore in Occidente (come accadde l’11 settembre 2001). Il loro scopo è la creazione di uno Stato dotato di una propria capacità di espansione territoriale. Nelle loro cartine propagandistiche il “Califfato” arriva fino in Grecia, nei Balcani, comprende tutta la Spagna e buona parte della Russia asiatica, oltre che il Medio Oriente e il  Nord Africa. La jihad diventa conquista territoriale, pezzo a pezzo, casa per casa.

Molti musulmani ritengono che l’Isis sia un tradimento dell’autentica fede islamica, ma le autorità religiose non riescono a pronunciarsi in modo unitario.

Il paradosso è che storicamente il Califfato, nella tradizione islamica, aveva un carattere multi- etnico, multi-religioso, diremmo oggi tollerante…

Tutta questa vicenda dovrebbe insegnare per l’ennesima volta agli occidentali, americani in  primis, che non è possibile usare i fondamentalisti islamici per ottenere risultati politici.

 

I commenti di Alessandro Banfi